Moda
Cosa c’è nel mio guardaroba?

Cosa c’è nel mio guardaroba?

Da quando ho iniziato a vivere in maniera minimalista, limitando gli acquisti e comprando solo vestiti di seconda mano (un vantaggio sia per l’ambiente che per il mio portafogli), la dimensione del mio guardaroba si è ridotta notevolmente.

Qualche giorno fa un letto questo articolo di Laura in Waterland. Ha catalogato l’intero contenuto del suo guardaroba e l’ha analizzato.

E io ho deciso di fare lo stesso. Ho messo su un po di musica Jazz, preparato una tazza di tè (si, ormai sono un’inglese doc), e via a catalogare quello che indosso tutti i giorni. Era una cosa che volevo fare da una vita, ma non ho mai ritagliato il tempo necessario per farlo (a me ci sono volute 2 ore, dipende tutto dalla dimensione del vostro guardaroba!).

E ho scoperto qualcosa di grandioso! Venite a scoprire con me di cosa si tratta.

Una premessa

Premessa: dal momento che qui è estate (si, anche qui in UK arriva ogni tanto), mi sono limitata ai vestiti primaverili ed estivi – biancheria esclusa. Aggiungerò i vestiti autunnali e invernali, che ora ho in soffitta, a settembre (si, qui l’estate finisce presto!).

Detto questo, le domande a cui volevo rispondere con quest’analisi erano le seguenti:

  • Quanti capi d’abbigliamento possiedo? Sono nuovi o di seconda mano?
  • Di che tipo (vestiti, magliette, pantaloni, gonne ecc.)?
  • Li ho comprati io (in negozio, online) o mi sono stati regalati?
  • Dove sono stati prodotti?

E poi, la domanda più importante per me:

  • Nel 2016, ho scoperto per la prima volta il significato e l’impatto della fast fashion. E’ cambiato qualcosa nel mio guardaroba – o meglio, nel mio modo di comprare vestiti – da allora?

Quanti capi d’abbigliamento possiedo? Sono nuovi o di seconda mano?

Contrariamente a quanto pensavo, possiedo una marea di capi d’abbigliamento. 76 capi d’abbigliamento totali, di cui 31 di seconda mano e 45 nuovi.

Che tipo (vestiti eleganti, magliette, pantaloni, gonne ecc.)?

Ho ufficialmente troppi vestiti. A mia difesa, è colpa di Pier, che me ne regala uno al mese, rigorosamente di seconda mano però (infatti di 18 vestiti, 11 sono di seconda mano).

Le canottiere e le magliette ahimè sono tutte nuove invece, ma tutte acquistate prima del 2016 (anno in cui mi sono convertita alla slow fashion).

In terza posizione i maglioncini e le gonne, la maggior parte nuovi e regalatemi da amici e parenti, prima del 2016.

Li ho comprati io (in negozio, online) o mi sono stati regalati?

E si, ricevo tanti capi in regalo 🙂 al contrario, non tendo a comprarli online. Non mi piace non poterli indossare e vedere come mi stanno, e non azzecco mai la taglia. Gli unici 2 capi che ho comprato online sono di Rapanui, un’azienda incentrata sulla sostenibilità ambientale e sociale e che non ha ancora punti vendita fisici in UK.

Dove sono stati prodotti?

Purtroppo strappo le etichette all prima occasione, mi danno fastidio alla pelle. Motivo per cui non sono stata in grado di capire da dove vengano 25 capi. Nonostante svariate ricerche online. Dei vestiti a cui ho lasciato l’etichetta, la maggior parte vengono (purtroppo) da India e Cina.

Di quei 25 di cui non conosco l’origine, immagino, viste le marche, che la stragrande maggioranza venga da Cina, India, Sri Lanka, Vietnam e Bangladesh. Vi ripropongo l’articolo/video Rana Plana e fast fashion, in cui parlo delle condizioni di lavoro nelle fabbriche di Zara, H&M, Primark e una marea di altre marche.

Degno di nota il fatto che dal 2016 non compro vestiti nuovi, quindi tiro un sospiro di sollievo sapendo che tutti questi vestiti prodotti in condizioni disumane in Paesi in via di sviluppo sono di seconda mano. Quindi 1) non ho supportato l’azienda che li produce, perchè i soldi sono andati al negozio di seconda mano in cui li ho comprati (i cosiddetti charity shops). E 2) ho evitato che finissero in discarica o bruciati, dal momendo che qualche charity shop se non li vende, se ne libera – o passandoli ad altri charity shops, e quindi inquinando per transporarli, o buttandoli. E se rabbrividite al pensiero che questi vestiti di seconda mano vengano buttati, sappiate che Zara/H&M/Primark/Burberry/Urban Outfitters e molti altri ne bruciano regolarmente (mensilmente) quantità industriali, che valgono miliardi di euro, hanno un impatto ambientale stratosferico e sono stati prodotti in condizioni disumane.

E infine…è cambiato qualcosa dal 2016?

Per me il 2016 è stato l’anno della conversione. Ho scoperto gli orrori della fast fashion, il danno ambientale e il degrado sociale che ne derivano. E ho deciso che non volevo piu farne parte. Ho smesso di comprare capi d’abbigliamento nuovi (nel 2017 ero talmente sotto shock che non ho comprato un solo capo tutto l’anno). Mi sono fatta una promessa: comprare solo capi d’abbigliamento di seconda mano, e nel caso non fossi riuscita a trovare quello che mi serviva, compare solo marche sostenibili – ovvero nel mio caso Rapanui e Fat Face.

Ebbene si, qualcosa è cambiato. Prima del 2016, compravo esclusivamente vestiti nuovi. Da quando ho scoperto la fast fashion, ho comprato/mi sono stati regalati molti più vestiti di seconda mano e quelli nuovi sono, nella stragrande maggioranza, marche sostenibili.

Cosa mi ha insegnato quest’analisi?

E’ bellissimio sapere quanti vestiti ho, e da dove vengono. Mi sento molto più in controllo, più consapevole di cosa possiedo, di cosa ha senso comprare o minimizzare. E poi è bellissimo vedere l’impatto degli studi che ho fatto nel 2016. Non solo compro meno vestiti nuovi, ma me ne vengono regalati anche molti meno – grazie a tutti quelli che mi hanno fatto regali di seconda mano, per aver preso nota 🙂

Una confessione

Nei passati due anni ho donato ai charity shops quantità industriali di capi d’abbigliamento, in linea con una scelta di vita minimalista. Ho anche comprato molti vestiti di seconda mano (anche a me piace fare shopping!). Per non accumulare, per ogni capo che compro, ne dono un paio. Questa è una cosa che devo migliorare, lo smettere di comprare molti vestiti (anche se di seconda mano), il tenerli più a lungo. Perchè alla base di uno stile di vita minimalista c’è appunto la minimizzazione dei consumi.

E per gli scettici

Per gli scettici, questi sono alcuni dei miei vestiti di seconda mano – per niente “meno belli”. Ah, e nei negozi di seconda mano qui in UK, i vestiti costano 10 volte meno 🙂

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